NEUROSCIENZE


Addio al riduzionismo
 
di
Max Velmans

Titolo originale: Goodbye to Reductionism
In S. Hameroff, A. Kaszniac, A.Scott (eds) Toward a Science of Consciousness: The Second Tucson Discussions and Debates, MIT Press, pp 45-52, 1998 
 
Traduzione di Guido Boriani

 
 

Per comprendere la coscienza dobbiamo prima descrivere accuratamente ciò di cui facciamo esperienza. Stranamente però, nel dibattito in corso tra dualisti e riduzionisti si caratterizza l'esperienza in modi che non corrispondono all'esperienza comune. Anzi, non c'è area di ricerca in cui l'oggetto di studio viene così sistematicamente descritto in forma fuorviante. Preso atto di ciò, non ci si deve sorprendere se non si è fatta molta strada nella comprensione della natura della coscienza.

La visione del mondo dominante è prevalentemente materialista e riduzionista, un'ontologia che ci ha ben servito nelle scienze naturali. Ma per quel che riguarda la coscienza il riduzionismo materialista non funziona, per la semplice ragione, io sostengo, che non può essere fatto funzionare. Poco importa alla scienza che questo limiti il "campo dell'utilità" del programma riduzionista e materialista. L'indagine sulla coscienza può procedere senza impedimenti all'interno di una scienza più comprensiva e non riduzionista.
 

Le descrizioni dualiste e riduzioniste della coscienza
 
Nell'ambito degli studi sulla coscienza l'agenda riduzionista si caratterizza per ciò a cui si oppone, il dualismo classico tra Platone e Descartes. Per Descartes l'universo è composto di due sostanze che interagiscono, la res extensa, tutto ciò che vi è di materiale nel mondo fisico, nel corpo e nel cervello, che ha un'estensione nello spazio, e la res cogitans, ciò che non è materiale, che "pensa", che non possiede collocazione o estensione nello spazio. Il mondo fisico ha effetto sulla coscienza attraverso la percezione sensoriale, in cui i movimenti del mondo esterno vengono tradotti dagli occhi e dai nervi in movimenti della ghiandola pineale che, a sua volta, produce l'esperienza cosciente (nell'anima). Il che significa che eventi che hanno una collocazione spaziale provocano l'esperienza di quegli eventi che non possiedono collocazione spaziale o estensione. La fisiologia del sistema visivo, come hanno dimostrato gli studi moderni, è ben diversa e molto più complessa di quella immaginata da Descartes - e i riduzionisti ora sostengono che la coscienza non sia niente di più che uno stato o una funzione del cervello. Ma anche in termini moderni rimane immutato un aspetto cruciale della sequenza della percezione. Gli eventi del mondo continuano a causare le esperienze coscienti che si collocano in uno "spazio interiore" molto diverso, anche se si dice "nel cervello" in contrapposizione a un'anima immateriale. In breve sia i dualisti che i riduzionisti sono d'accordo sul fatto che esista una netta separazione tra il mondo fisico esterno e l'esperienza cosciente.
 

False descrizioni dell'esperienza 
 
Dato che tutti abbiamo un'esperienza cosciente, è sorprendente che le descrizioni di dualisti e riduzionisti siano resistite così a lungo. Per Descartes, i pensieri sono i primi esempi di esperienza cosciente ed è vero che, fenomenologicamente, sembrano essere res cogitans, privi di una chiara collocazione e di un'estensione nello spazio (anche se approssimativamente si dice che siano collocati "nella testa o nel cervello"). Ma i pensieri coscienti (le immaginazioni fonemiche o i "discorsi interiori") costituiscono solamente una parte molto ridotta della nostra esperienza conscia. Mentre leggiamo questa pagina, per esempio, potremmo avere esperienza di questi pensieri ma, nello stesso tempo facciamo esperienza dei caratteri su un foglio di carta attaccato a un libro, su un tavolo o su uno scrittoio, circondati dal mondo esterno che si estende nello spazio fenomenico tridimensionale. Vale a dire che gran parte di ciò di cui facciamo esperienza ha una natura fenomenica estesa ben diversa dalla res cogitans.

Il riduzionismo fornisce una descrizione di ciò a cui la coscienza è "davvero simile" che è anche più distante dalla sua reale fenomenologia. Nemmeno gli stessi riduzionisti sostengono che noi facciamo esperienza dei mondi fenomenici come puri e semplici stati o funzioni del cervello! Oltre tutto i fenomeni in quanto oggetto di eseprienza non sembrano trovare la loro collocazione nel cervello! Il fatto indiscutibile è che noi sappiamo per esperienza che le nostre teste fenomeniche (e i pensieri al loro interno) esistono all'interno del mondo dei fenomeni e da nessun'altra parte. Preso atto di ciò, sembra ragionevole sviluppare un modello del modo in cui la coscienza si relaziona con il cervello, un modello che sia coerente con la scienza e con la nostra esperienza.

Questo è lo scopo del modello di percezione riflessivo (sviluppato da Velmans 1990, 1993, 1996) che adotta una descrizione convenzionale e scientifica del processo percettivo che può essere determinato solo dall'indagine sul cervello, vista dalla "prospettiva in terza persona" di un osservatore esterno. In modo non convenzionale, il modello riflessivo presuppone che si possa comprendere la coscienza senza una descrizione fenomenologica accurata della stessa, e che ciò possa essere fatto solamente dalla "prospettiva in prima persona" del soggetto. Se le esperienze cosnsce non sono come i pensieri, così sia. Se nessuna esperienza conscia è assimilabile agli stati mentali, tanto peggio per il riduzionismo. L'indagine della coscienza può felicemente procedere senza il riduzionismo, indagando come gli eventi percepiti a partire dalla prospettiva in prima persona dei soggetti si relazionino di fatto agli eventi percepiti dalla prospettiva in terza persona di un osservatore esterno.

Consideriamo un semplice caso per comprendere quali differenze si possono evidenziare tra il modello dualista, riduzionista e riflessivo. Supponiamo che vi calpesti un piede e che voi proviate dolore. Nell'ambito della filosofia della mente si suppone universalmente che il dolore sia un "evento mentale". Vale a dire uno stimolo nel piede viene trasmesso al cervello e l'esperienza fenomenica risultante (prodotta dalla modellizzazione mentale viene soggettivamente "proiettata" 1 di nuovo al piede (dove la mente/cervello ritiene che si trovi lo stimolo iniziale). Ecco perché il processo si dice "riflessivo". In modo analogo, gli eventi che si producono nel mondo esterno vengono vissuti come provenienti da "fuori", e gli eventi che si originano nella mente/cervello vengono vissuti come collocati nella mente/cervello. In breve, il processo di modellizzazione che "proietta" soggettivamente gli eventi esperiti nelle posizioni stimate dello stimolo iniziale è, nella maggior parte delle circostanze, ragionevolmente preciso.2 Tutti gli eventi esperiti (nel mondo, nel corpo, e nella mente/cervello) formano il contenuto dei nostri mondi fenomenici consci.

Come sopra facevo notare, tali mondi fenomenici possono essere indagati secondo una "prospettiva in prima persona", o collegati a stati mentali visti da una "prospettiva in terza persona", senza alcun bisogno di ridurre la loro fenomenologia a qualunque altra cosa. Questo approccio non riduttivo alla scienza della coscienza e alla filosofia della mente ha molte altre conseguenze su cui per ragioni di spazio non posso soffermarmi (Vedi Velmans 1990, 1993, 1996). Dato l'attuale dominio del riduzionismo basterà esaminare se tutto ciò può anche coincidere con una descrizione più accurata dell'esperienza quotidiana.
 

La distinzione apparenza-realtà
 
Viste le discrepanze tra esperienze coscienti e stati mentali, il riduzionismo deve affrontare un problema. Come fanno cose che sembrano così diverse ad essere le stesse? Il problema si acuisce quando si accetta che il contenuto conscio includa non soltanto gli effimeri "pensieri", ma l'intero mondo dei fenomeni. Per superare l'ostacolo i riduzionisti si basano per lo più sulla distinzione apparenza-realtà. Accettano che le esperienze consce posseggano in apparenza qualità fenomeniche, ma argomentano che la scienza alla fine mostrerà che si tratta in realtà di stati o funzioni del cervello. L'idea, per essere valida, deve potersi applicare a tutte le qualità fenomeniche, compresa l'apparente collocazione ed estensione di eventi percepiti (come il dolore) nello spazio dei fenomeni. John Searle (1992) per esempio, sottolinea che:

"Il senso comune ci dice che il dolore che proviamo è collocato nello spazio fisico all'interno del corpo, che per esempio un dolore al piede si trova letteralmente nello spazio fisico del piede. Ma ora sappiamo che tutto ciò è falso. Il cervello forma un'immagine del corpo, e il dolore come tutte le sensazioni corporali fa parte dell'immagine del corpo. Il dolore al piede si trova letteralmente nello spazio fisico del cervello." (Searle 1992. p63).

Perché il riduzionismo funzioni il senso comune deve essere sbagliato. E se Searle ha ragione, questo dimostra quanto si sbagli il senso comune. Quindi esaminiamo questa asserzione con attenzione. E' vero che la scienza ha scoperto delle rappresentazioni del corpo nel cervello, per esempio, una mappatura tattile della superficie del corpo distribuita sopra la corteccia somatosensoriale (SSC). L'area della SSC dedicata a differenti regioni del corpo è determinata dal numero di recettori tattili in quelle stesse regioni. Nella SSC, per esempio, le labbra occupano più spazio che il torace. Inoltre regioni del corpo adiacenti nello spazio fenomenico possono non esserlo nella SSC. Per esempio, noi percepiamo la faccia come connessa alla testa e al collo ma nella SSC la mappa tattile della faccia è separata dalla mappa della testa e del collo dalle mappe delle dita, del braccio e della spalla. Il che significa che la disposizione topografica dell'"immagine del corpo" è molto diversa da come il corpo viene percepito.

Detto questo, come si relaziona l'immagine del corpo al corpo come lo percepiamo? Stando a quanto sostiene Searle la scienza ha scoperto che le sensazioni tattili si trovano letteralmente nel cervello. In verità, tuttavia, nessun scienziato ha scoperto le sensazioni nel cervello, e nessun scienziato lo farà mai, per la semplice ragione che, vista dalla prospettiva di un osservatore esterno, l'esperienza del corpo (da parte del soggetto) non può essere percepita. La scienza nondimeno ha indagato sulla relazione dell'immagine del corpo (nella SSC) con le esperienze tattili. Penfield e Rassmussen (1950), per esempio, hanno sottoposto aree della corteccia preliminare a rimozione chirurgica di lesioni corticali per l'epilessia focale. Per evitare danni provocati dall'intervento in aree essenziali al normale funzionamento, hanno esplorato le funzioni di queste aree stimolandole leggermente con un microelettrodo e hanno preso nota delle conseguenti esperienze del soggetto. Come ci si aspettava, la stimolazione della corteccia ha prodotto delle risposte di esperienza tattile. In ogni caso, queste sensazioni di torpore, formicolio e così via, si collocavano soggettivamente in differenti regioni del corpo e non del cervello.

Riepilogando, la scienza ha scoperto che l'eccitazione neurale della corteccia somatosensoriale causa sensazioni tattili, che sono collocate soggettivamente in differenti regioni del corpo. Questo è esattamente ciò che descrive il modello riflessivo. Ma se non si possono trovare sensazioni tattili nel cervello, sia dalla prospettiva in terza persona dello sperimentatore sia dalla prospettiva in prima persona del soggetto, come si può argomentare che esistono solo stati del cervello?
 

Argomenti comuni ed errori del riduzionismo
 
Gli argomenti del riduzionismo si presentano in diversi modi, ma tutti sostengono che la fenomenologia della coscienza sia fuorviante e che credervi sia un'ingenuità. In genere si cerca di mostrare che trovando le cause neurali o i correlati della coscienza nel cervello, si è in grado di stabilire che la coscienza stessa è uno stato del cervello (vedi per esempio, Place 1956; Churchland 1988; Crick 1994).Chiamiamoli argomenti di "correlazione" e di "causazione". E' mia opinione che tali argomenti siano basati su un errore piuttosto ovvio. Perché la coscienza non sia altro che uno stato del cervello, è necessario che sia ontologicamente identica a uno stato del cervello. Tuttavia, correlazione e causazione sono molto differenti dall'identità ontologica.

L'identità ontologica è simmetrica. Se A è ontologicamente identico a B allora B è ontologicamente identico ad A. L'identità ontologica obbedisce anche alla Legge di Leibniz, che afferma che se A è identico a B, allora tutte le proprietà di A sono anche proprietà di B e viceversa (A e B devono esistere nello stesso tempo, avere la stessa collocazione nello spazio, e via dicendo).Un esempio classico di entità apparentemente diverse che la scienza ha dimostrato essere le stesse sono la "stella del mattino" e la "stella della sera", cioè il pianeta Venere (visto al mattino o alla sera).

La correlazione è simmetrica ma non obbedisce alla Legge di Leibniz. Se A è correlato a B, allora B è correlato ad A, ma non tutte le proprietà di A sono proprietà di B. Per esempio, negli esseri umani l'altezza è correlata al peso e viceversa, ma peso e altezza non hanno le stesse proprietà.

La causazione non è simmetrica e non obbedisce alla Legge di Leibniz. Se A è la causa di B, non necessariamente B è la causa di A. Né le proprietà di A sono le stesse di B. Un sasso lanciato nello stagno causa dei cerchi nell'acqua, ma questo non significa che i cerchi nell'acqua provochino il lancio del sasso. Cerchi e sassi lanciati hanno ovviamente proprietà diverse.

Mettere a nudo le ovvie differenze tra correlazione e causazione da una parte e identità ontologica dall'altra, ha reso manifesta la debolezza dei due argomenti. In condizioni particolari, gli stati del cervello possono causare, o essere correlati a, esperienze consce, ma da ciò non segue che le esperienze consce non siano altro che stati (o funzioni) del cervello.3 Per dimostrarlo, si dovrebbe stabilire un'identità ontologica, in cui tutte le proprietà di un'esperienza conscia e del corrispondente stato del cervello siano identiche. Sfortunatamente per il riduzionismo sono ben poche, se ci sono, le proprietà delle esperienze (accuratamente descritte) e degli stati del cervello che sembrano identiche. Nel caso del dolore al piede, e di altri eventi come percepiti nel mondo dei fenomeni, gli stati del cervello (osservati dallo sperimentatore) e associati a fenomeni consci (osservati dal soggetto) non sembrano nemmeno stare nello stesso luogo!

A fronte di queste difficoltà, i riduzionisti in genere passano ad analogie con altri campi della scienza, dove il resoconto riduttivo e causale di un fenomeno porta alla comprensione di una sua ontologia molto diversa dalla sua fenomenologia. Ulin Place (1956), per esempio, fa l'esempio del fulmine, che ora sappiamo non essere altro che il movimento di cariche elettriche attraverso l'atmosfera. Questa riduzione, argomenta, viene giustificata una volta che noi sappiamo che il movimento delle cariche elettriche causa ciò che percepiamo come fulmine. In modo simile, si può dire che un'esperienza conscia sia un dato stato del cervello quando sappiamo che tale stato ha causato l'esperienza conscia.

Ho parlato più sopra dell'argomento "causazione". Ma l'analogia con il fulmine è seducente perché comporta una mezza verità. Vale a dire: per gli scopi della fisica è vero che il fulmine può essere descritto come nient'altro che un movimento di cariche elettriche. Ma la psicologia è interessata a scoprire come lo stimolo fisico interagisca con il sistema visivo per produrre il fulmine come viene percepito, cioè nella forma di lampo di luce frastagliato fuori nel mondo dei fenomeni. Si può dire che il fulmine come oggetto di esperienza rappresenti un evento nel mondo esterno che la fisica descrive come un moto di cariche elettriche. Ma non si può affermare che la fenomenologia stessa non è niente di più che il moto di cariche elettriche! Prima della comparsa su questo pianeta di forme di vita dotate di sistema visivo, presumibilmente tale fenomenologia non esisteva, anche se esistevano le cariche che ora provocano questa esperienza.

Patricia Churchland (1988) cerca di ottenere la riduzione fenomenologica attraverso la teoria della riduzione. L'autrice argomenta che la teoria psicologica e quella neurofisiologica continueranno a evolvere parallelamente fino al momento in cui, in un futuro più o meno lontano, la teoria psicologica di più alto livello verrà ridotta alla fondamentale teoria neurofisiologica. Quando ciò accadrà, sostiene Churchland, la coscienza si rivelerà come nient'altro che uno stato del cervello. E' materia di discussione se sia possibile una riduzione teorica tra livelli diversi. Ma anche se lo fosse, resta il problema fondamentale. Le teorie che riguardano i fenomeni non fanno sparire i fenomeni stessi. Inoltre, le teorie neurofisiologiche della coscienza hanno a che fare con le cause e le correlazioni neurali della coscienza piuttosto che con la sua ontologia, per la semplice ragione che cause e correlazioni costituiscono tutto ciò che si può osservare nel cervello. E, come ho già osservato, anche una completa comprensione delle cause e delle correlazioni neurali non basterebbe a ridurre i fenomeni della coscienza a stati del cervello.

John Searle (1987) concorda con il fatto che la causalità non dovrebbe essere confusa con l'ontologia, e la sua tesi di fisicalismo sembra essere stata una delle poche a sottolineare questa distinzione. La separazione tra ciò che causa la coscienza e ciò che è conscio può essere colmata, suggerisce Searle, dalla comprensione di come le microproprietà siano in relazione con le macroproprietà. La fluidità dell'acqua è provocata dal modo in cui le molecole di H2O scivolano una sull'altra, ma non è niente di più che (una proprietà emergente del) l'effetto combinato di questi movimenti molecolari. Analogamente, la solidità è provocata dal modo in cui le molecole si legano tra loro in un lattice di cristallo, ma non è nient'altro che un effetto emergente di ordine più elevato di tale attività. In modo simile, la coscienza viene provocata dall'attività dei neuroni nel cervello e non è nient'altro che un effetto emergente di ordine più elevato di tale attività. Il che significa che la coscienza è solo una microproprietà fisica del cervello.

Anche questo argomento ha un notevole fascino e deve essere esaminato con cura. Senza dubbio il cervello possiede microproprietà fisiche di molti tipi diversi. Quella più vicina a fluidità e solidità è la sua "spugnosità". Ma ci sono anche macroproprietà molto più interessanti e psicologicamente rilevanti. Per esempio, l'azione collettiva di una vasta popolazione di neuroni e l'elettroencefalogramma (EEG). Alcune di queste proprietà, senza alcun dubbio, causano o sono correlate a esperienze consce. Sfortunatamente per il fisicalismo, tuttavia, non c'è alcuna ragione per supporre che la coscienza sia ontologicamente identica a queste esperienze o a qualunque altra proprietà fisica conosciuta del cervello. Come già ho detto, anche semplici esperienze come il dolore a un piede pongono dei problemi alla teoria riduzionista. E su questo Searle avrebbe da ridire ma, d'altra parte, accetta che soggettività e intenzionalità siano caratteristiche che definiscono la coscienza. Contrariamente ai fenomeni fisici, la fenomenologia della coscienza non può essere osservata dall'esterno; contrariamente ai fenomeni fisici, la coscienza è sempre di qualche cosa o riguarda qualche cosa. Quindi, anche se si accetta che la coscienza sia, in qualche caso, causata da, (o emergente dal) cervello, perché chiamarla "fisica" come opposta a "mentale" o "psicologica"? Il semplice etichettare in modo nuovo la coscienza non risolve certo il problema mente/corpo!

In questo articolo ho avuto spazio solo per esemplificare e analizzare brevemente alcuni degli argomenti del riduzionismo, ma ho selezionato quelli che mi sembravano i più persuasivi. L'assenza di un argomento riduzionista completamente convincente, a fronte dell'eloquio dei suoi sostenitori, suggerisce che i resoconti riduzionisti della coscienza cercano di fare qualcosa che non può essere fatto. L'esame del cervello dall'esterno può rivelare solo le cause fisiche e le correlazioni della coscienza. Non può mai rivelare la coscienza stessa. Molte proprietà fenomeniche delle esperienza cosciente appaiono estremamente differenti da quelle del cervello. Di conseguenza è difficile immaginare che cosa potrebbe scoprire la scienza per dimostrare che le esperienze sono ontologicamente identiche agli stati del cervello.

In altri termini, una volta che si abbandonano le atrofizzate descrizioni della coscienza implicite nel dualismo e nel riduzionismo, scompare qualunque realistica speranza di riduzione della sua fenomenologia a stati del cervello. Come nota John Searle:

"... la coscienza consiste nelle apparenze. Quando si tratta di ciò che appare non è possibile fare la distinzione apparenza-realtà poiché l'apparire è la realtà." (Searle 1992, p121). 
 
[Nella traduzione ho preferito lasciare apparenze e apparire per conservare il senso della contraddizione apparenza-realtà. In inglese il termine appearence, analogamente al verbo 'italiano "apparire" ha anche il significato di "ciò che compare, viene alla presenza, si rende manifesto, risulta" N.d.T]

Se le cose stanno così, nell'ambito della filosofia della mente il riduzionismo è morto. Diamogli un addio senza lacrime e diamo il benvenuto a una scienza non riduzionista della coscienza, che prenda sul serio la fenomenologia, e che non ignori il senso comune.
 


Note al testo

1Si osservi che la "proiezione percettiva" è un effetto psicologico soggettivo prodotto da un'elaborazione cognitiva inconscia. Il cervello non proietta alcunché di fisico. Per una trattazione della proiezione percettiva vedi Velmans (1990).

2 Se il mondo di cui facciamo esperienza non corrisponde in modo ragionevole a quello effettivo la nostra sopravvivenza è minacciata. Nonostante ciò si verificano delle non corrispondenze, per esempio allucinazioni, dolori riflessi e così via. Sulle grandi distanze, il nostro giudizio sulla distanza e le conseguenti esperienze, è poco affidabile. Quanto sembra lontano la luna, e una stella?

3 Vale la pena ricordare che anche molte posizioni non riduzioniste presuppongono che esistano delle cause neurali e delle correlazioni di date esperienze consce, compreso il modello riflessivo il dualismo, l'epifenomenalismo, l'interazionismo emergente e altre ancora. Vale a dire che le cause e le correlazioni dell'esperienza conscia non dovrebbero essere confuse con la loro ontologia. 
 


Bibliografia

Churchland, P.S. (1988) Neurophilosophy: Toward a unified science of mind and brain. Cambridge, Mass: MIT press. 
 
Crick, F. (1994) The Astonishing Hypothesis: The scientific search for the soul. London: Simon & Schuster. 
 
Penfield, W. and Rassmussen, T.B. (1950) The Cerebral Cortex of Man. Princeton, NJ: Princeton University Press. 
 
Place, U.T. (1956) Is consciousness a brain process? British Journal of Psychology, 47, 42- 51. 
 
Searle, J.R. (1987) Minds and brains without programs. In C.Blakemore & S.Greenfield (eds) Mindwaves: thoughts on intelligence, identity, and consciousness. New York: Blackwell. 
 
Searle, J.R. (1992) The Rediscovery of the Mind. Cambridge, Mass: MIT Press. 
 
Velmans, M. (1990) Consciousness, brain and the physical world. Philosophical Psychology, 3(1), 77-99. 
 
Velmans, M. (1993) A reflexive science of consciousness. In Experimental and Theoretical Studies of Consciousness. Ciba Foundation Symposium 174. Chichester: Wiley. 
 
Velmans, M. (1996) What and where are conscious experiences? In M.Velmans (ed) The Science of Consciousness: Psychological, Neuropsychological and Clinical Reviews. London: Routledge. 
 
 



 

 

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